intervista, Andreco

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Nato a Roma, 1978, vive e lavora tra Roma, Bologna, New York.

I tuoi loop godono di un linguaggio diretto generato da forme essenziali.
Una struttura liquida, mai narrativa…

Hanno un significato “aperto” soggetto alla libera interpretazione del pubblico. Non sono interessato a contenuti didascalici, narrativi e univoci. L’importante per me è suscitare delle emozioni, innescare un ragionamento in chi osserva, generare una personale interpretazione, che non necessariamente combacia con la mia. I contenuti sono quelli della mia ricerca artistica che spazia dal rapporto tra l’uomo e la natura, il simbolismo, le pratiche rituali, l’anatomia interna e una sorta di umorismo nero.

 Pensi di poter rintracciare dei chiari punti di riferimento?

Sono sempre stato un appassionato di Jan Svankmajer, credo abbia influenzato molto il mio lavoro. Adoro i primi esperimenti di video arte, animazione e stop-motion, in particolare i video dadaisti come quelli di Marcel Duchamp, ed assolutamente i video di Maya Deren. 

Quanto pesano gli aspetti strettamente tecnici?

E’ l’idea ad essere fondamentale, non mi interessano i software e le ultime tecnologie in materia. L’innovazione tecnologica sorprende per alcuni anni e poi diventa obsoleta e a volte quasi ridicola, una buona idea rimane affascinante nel tempo.

Mi piace sperimentare più tecniche possibili e inventarne di nuove, possibilmente “analogiche” e rudimentali, utilizzando i materiali più disparati. In passato ho usato i ritagli di carta, il disegno, la pittura, il caffè in polvere, la sabbia, il bitume ed oggetti vari.

La tecnica per me rimane comunque un mezzo per veicolare l’idea e mai un virtuosismo fine a se stesso.

So che hai all’attivo diverse collaborazioni con altri artisti…

Lavorare con altre persone con cui si trova una certa affinità è una bellissima esperienza e arricchisce sicuramente il risultato finale. Alcuni video li ho realizzati da solo durante nottate di “ascetismo”, per altri ho collaborato con il cineasta Manuel Moruzzi, animatori, artisti e musicisti come Teatrino Elettrico, Anna Ciammitti, Neil on impression, Okapi. Con i due membri del Teatrino Elettrico, Emanuele Martina e Massimiliano Nazzi, abbiamo un progetto dal nome “MNIEBE AQMITATE” in cui sonorizzano dal vivo dei miei loop di animazione.

Come sviluppi il processo di sonorizzazione?

Come dicevo spesso mi piace collaborare con musicisti e sound artist, a volte invece ho già in mente il suono esatto che vorrei usare e faccio delle ricerche di campioni audio. Credo che la “velocità” del brano sia un elemento importante, i miei video durano massimo dieci minuti e in una piccola frazione di tempo possono avvenire moltissime cose, la musica deve tenere alta l’attenzione su quello che sta succedendo ed essere strettamente correlata all’immagine. Con Manuel Moruzzi abbiamo usato musica classica suonata al doppio della velocità.

Negli ultimi anni, il video d’animazione è un territorio sondato da diversi artisti che come te lavorano in ambiti prossimi all’arte pubblica. Cosa ti ha spinto verso questa direzione? 

Distinguo la mia produzione in due categorie. Video e Video-Report.

I primi, come “Small Rituals“, “Le visioni di Sebastiano o l’apocalisse di Michelino“, “Penne“, “A Magician“, “Ready Made”, “Organs Play” (sonata d’organi), “Morgan scopre la pipa” nascono esclusivamente come progetti video e spesso sono realizzati in stop-motion o passo 1. Mentre i secondi li definisco “Video report” e sono spesso dei video che documentano lavori istallativi, di arte pubblica o performativa. “Escape from the gallery”, “Biocity“, “Aletheia“, “whales in Milan“.

Credo che lo stop-motion e ancor meglio i video in “time lapse” si prestino molto bene per questo tipo di documentazione. Accelerando il tempo e in certo modo la realtà, si riesce a dare in pochi minuti l’idea di un lavoro che è durato giorni. Per questo credo sia così diffusa questa tecnica e molti artisti documentano i loro lavori in spazi pubblici in questo modo.

Ho iniziato a documentare i lavori nello spazio pubblico nel 2005 con Il progetto “Escape from the Gallery” che rappresenta una singolarità, non documenta un’istallazione statica o un working progress di un muro che viene dipinto ma un percorso da un punto ad un’altro della città. Una flotta di balene lascia uno spazio chiuso per dirigersi verso uno spazio aperto, dal lato opposto della città (Lipsia, Milano, Ancona). Un percorso psicogeografico con molteplici significati.

I Video-report documentano progetti pubblici che probabilmente hanno una componente maggiormente comunicativa (Escape from the gallery) mentre i lavori di animazione da studio che ho fatto sin ora sono più intimi e personali.

Ritieni si possa parlare di una nuova generazione di animatori italiani, di una sorta di “scena” attuale legata all’animazione, o si tratta di esperienze isolate?

Credo ci siano dei validi artisti che usano l’animazione e mi fa molto piacere sia tornata attenzione su questa tecnica. Solo il tempo ci saprà dire se effettivamente questi lavori costituiscono una scena o meno. 

Negli ultimi anni ho incontrato artisti di cui apprezzo il lavoro di animazione come Kabu, Blu, Ericailcane, Toccafondo e Virgilio Villoresi. Ritengo interessante anche il lavoro di Mastrovito e sono rimasto sorpreso nel vedere alla biennale di Venezia 2011 il lavoro di animazione “rudimentale” di Berutti. Credo ci sia un ritorno alle origini, forse una reazione al bombardamento quotidiano degli effetti speciali nei film e nelle pubblicità?

Da poco mi sono trasferito a New York, mi è capitato di proiettare alcuni video e ho avuto reazioni positive con un entusiasmo che sinceramente non mi aspettavo. Credo che il mio lavoro sia comunque influenzato dal contesto in cui ho vissuto e quindi differente da quello degli Stati Uniti. Forse in Europa abbiamo maggiori anticorpi al fenomeno “Walt Disney” e alla motion graphics usata per gli spot commerciali.

L’idea di usare l’animazione a scopo artistico e non pubblicitario risulta essere alquanto stravagante in molti ambienti. A mio avviso è proprio il fine per cui si fanno le cose che cambia radicalmente il lavoro.

 
 
[intervista realizzata da Federico Lupo, in occasione del workshop Studies#1 realizzato da malastrada film in collaborazione con l’accademia di Belle arti di Palermo] 

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