in girum imus nocte et consumimur igni

Pubblichiamo il testo integrale che abbiamo trascritto a partire dall’edizione (fuori catalogo) edita da Bompiani e tradotta da Fabio Ascari. Il video di seguito è il trailer diffuso nelle sale in occasione dell’uscita del film nel 1978.

[Nella cover dell’articolo “L’uomo di wall street”, Paolo Buggiani, New York, 1981.]

 

 

 

guy debord

IN GIRUM IMUS NOCTE ET CONSUMIMUR IGNI

In questo film non farò alcuna concessione al pubblico.

Parecchie eccellenti ragioni giustificano, ai miei occhi, tale condotta; e le esporrò.

Innanzitutto, è abbastanza notorio che non ho mai fatto concessioni alle idee dominanti delle mia epoca, né ad alcuno dei poteri esistenti.

Peraltro, qualunque sia l’epoca, non si è comunicato niente di importante avendo dei riguardi per un pubblico, fosse anche composto dai contemporanei di Pericle; e, nello specchio algido dello schermo, gli spettatori non vedono in questo momento niente che evochi cittadini rispettabili di una democrazia.

Ecco appunto l’essenziale: questo pubblico così perfettamente privato di libertà, e che ha sopportato tutto, merita meno di ogni altro di essere trattato con riguardo. I manipolatori della pubblicità, con il cinismo tradizionale di coloro che sanno che gli uomini sono portati a giustificare gli affronti di cui non si vendicano, gli annunciano oggi tranquillamente che “quando sia ama la vita, si va al cinema”. Ma questa vita e questo cinema sono ugualmente poca cosa; ed è per questo che sono effettivamente scambiabili con indifferenza.

Il pubblico del cinema, che non è mai stato molto borghese e che non è quasi più popolare, viene ormai reclutato quasi interamente in un solo strato sociale, del resto divenuto ampio: quello dei piccoli agenti specializzati nei diversi impieghi di quei “servizi” di cui il sistema produttivo attuale ha così imperiosamente bisogno: gestione, controllo, manutenzione, ricerca, insegnamento, propaganda, distrazione e pseudo-critica. E’ dire a sufficienza, ciò che sono. Bisogna contare anche, ovviamente, in questo pubblico che va ancora al cinema, la stessa specie quando, più giovane, è solo allo stadio di un apprendistato sommario di questi diversi compiti di inquadramento.

Dal realismo e dalle realizzazioni di questo famoso sistema, si possono già conoscere le capacità personali degli esecutori che esso ha formato. E in effetti costoro si ingannano su tutto, e non possono che sragionare sulle delle menzogne. Sono dei salariati poveri che si credono dei proprietari, degli ignoranti mistificati che si credono istruiti, e dei morti che credono di votare.

Come li ha trattati duramente il sistema di produzione! Di progresso in promozione, hanno perduto il poco che avevano, e guadagnato ciò che nessuno voleva. Collezionano le miserie e le umiliazioni di tutti i sistemi di sfruttamento del passato, ignorandone soltanto la rivolta. Somigliano molto agli schiavi, perchè sono parcheggiati in massa, e stretti, in cattivi casamenti malsani e lugubri; mal nutriti da un’alimentazione inquinata e senza gusto; malcurati nelle loro malattie sempre rinnovate; continuamente e meschinamente sorvegliati; tenuti nell’analfabetismo modernizzato e nelle superstizioni spettacolari che corrispondono agli interessi dei loro padroni. Sono trapiantati lontano dalla loro province o dai loro quartieri, in un paesaggio nuovo e ostile, secondo le convenienze concentrazionarie dell’industria attuale. Sono solamente cifre in grafici tracciati da imbecilli.

Muoiono in serie sulle strade, a ogni epidemia di influenza, a ogni ondata di caldo, a ogni errore di coloro che adulterano i loro alimenti, a ogni innovazione tecnica proficua per i vari imprenditori di uno scenario di cui sono i primi a farne le spese. Le loro dure condizioni di esistenza comportano la loro degenerazione fisica, intellettuale, mentale. Si parla loro sempre come a bambini obbedienti, ai quali basta dire: “bisogna” perchè ci credano. Ma soprattutto li si tratta alla stregua di bambini stupidi, davanti ai quali farfugliano e delirano decine di specializzazioni paternalistiche, improvvisate il giorno prima, che fanno loro ammettere qualunque cosa in qualunque modo gliela dicano; e così pure il contrario il giorno dopo.

Separati fra loro dalla perdita generale di ogni linguaggio adeguato ai fatti, perdita che proibisce loro il minimo dialogo; separati dalla loro incessante concorrenza, sempre incalzata dalla frusta, nel consumo ostentato del nulla, e dunque separati dall’invidia meno fondata e meno capace di trovare qualche soddisfazione, sono anche separati dai propri figli, che costituivano fino a ieri l’unica proprietà di coloro che non possiedono nulla. Si toglie loro, in tenera età, il controllo di questi bambini, già loro rivali, che non ascoltano più le opinioni informi dei loro genitori, e sorridono del loro flagrante fallimento; disprezzano non senza ragione la loro origine, e si sentono assai di più figli dello spettacolo imperante che di quei suoi servi che li hanno generati per caso: immaginano di essere i bastardi di quei negri.

Dietro la facciata della felicità simulata, in queste coppie come fra loro e la loro progenie, ci si scambia soltanto sguardi di odio.

Tuttavia, questi lavoratori privilegiati della società mercantile realizzata non somigliano agli schiavi in quanto devono provvedere personalmente al proprio mantenimento. La loro condizione può essere piuttosto paragonata al servaggio, poiché sono legati esclusivamente a un’impresa e al suo buon andamento, benché senza reciprocità in loro favore; e soprattutto poiché sono  rigorosamente costretti a risiedere in uno spazio unico: lo stesso circuito di abitazioni, uffici, autostrade, vacanze e aeroporti sempre identici.

Ma somigliano anche ai proletari moderni per l’insicurezza delle loro risorse, che è in contraddizione con la routine programmata delle loro spese; e per il fatto che devono andare a lavorare precariamente in un mercato libero senza possedere alcuno dei loro strumenti di lavoro: per il fatto che hanno bisogno di denaro. Devono comperare delle merci, e si è fatto in modo che possano mantenere un contatto unicamente  con qualcosa che sia una merce.

Ma dove però la loro situazione economica presenta una più precisa affinità con il sistema particolare del “peonaggio”, è nel fatto che non viene loro consentito nemmeno più il maneggiamento momentaneo del denaro attorno al quale ruota tutta la loro attività. Possono evidentemente solo spenderlo, poiché lo ricevono in quantità troppo modesta per accumularlo. Ma in fin dei conti si vedono obbligati a consumare a credito; e si trattiene sul loro salario il credito che è loro consentito, di cui dovranno liberarsi lavorando ancora. Siccome tutta l’organizzazione della distribuzione dei beni è legata a quelle della produzione dello Stato, si lesina senza imbarazzo su tutte le loro razioni, di cibo come di spazio, in quantità e in qualità. Sebbene restiano formalmente dei lavoratori e dei consumatori liberi, non possono rivolgersi altrove, poiché ci si fa beffe di loro dappertutto.

Non cadrò nell’errore semplificatore di identificare interamente la condizione di tali salariati di prima classe con forme anteriori di oppressione socio-economica.

Innanzi tutto perché, se si mette da parte il loro surplus di falsa coscienza e la loro partecipazione doppia o tripla all’acquisto della desolante paccottiglia che copre la quasi totalità del mercato, si vede bene che essi non fanno che condividere la triste vita della grande massa dei salariati di oggi: è del resto nell’ingenua intenzione di far perdere di vista questa irritante trivialità, che molti assicurano di sentirsi imbarazzati a vivere fra delizie, quando l’indigenza opprime popoli lontani. Un’altra ragione per non confonderli con i disgraziati del passato è che la loro condizione specifica comporta in se stessa caratteri indiscutibilmente moderni. Per la prima volta nella storia, ecco degli agenti economici altamente specializzati che, al di fuori del loro lavoro, devono fare tutto da sé: guidano personalmente le loro auto e cominciano a pompare da soli la loro benzina, fanno personalmente i loro acquisti o ciò che definiscono della cucina, si servono da sé nei supermercati come in ciò che ha sostituito i vagoni-ristorante. Senza dubbio la loro qualifica molto indirettamente produttiva è stata acquisita in fretta, ma poi, una volta fornito il proprio quoziente orario di questo lavoro specializzato, devono fare tutto il resto con le mani. La nostra epoca non è ancora giunta a superare la famiglia, il denaro, la divisione del lavoro; eppure si può dire che per costoro la realtà effettiva si sia già quasi interamente dissolta, nel semplice spossessamento. Coloro che non avevano mai avuto una preda l’hanno lasciata per l’ombra.

Il carattere illusorio delle ricchezze che la società attuale sostiene di distribuire,  se non fosse stato riconosciuto in tutte le altre materie, sarebbe dimostrato a sufficienza dalla sola osservazione che è la prima volta che un sistema di tirannia tratta così male i suoi famigli, i suoi esperti, i suoi buffoni. Servitori affaticati del vuoto vengono gratificati dal vuoto in moneta a sua effige. In altre parole, è la prima volta che dei poveri credono di far parte di una élite economica, malgrado l’evidenza contraria. Non solo lavorano, questi disgraziati spettatori, ma nessuno lavora per loro, e tanto meno la gente che essi pagano: poiché i loro stessi fornitori si considerano piuttosto come i loro capi reparto, giudicando se sono venuti abbastanza valorosamente alla raccolta degli Ersatz che  hanno il dovere di comperare. Niente può nascondere l’usura rapida che è integrata fin dall’origine, non solo per ogni oggetto materiale, ma persino sul piano giuridico, nelle loro rare proprietà. Come non hanno ricevuto eredità così non ne lasceranno. Dunque, dovendo il pubblico del cinema innanzitutto pensare a verità così rudi, e che le toccano così da vicino, e che gli sono così generalmente nascoste, non si può negare che un film che, per una volta, gli rende l’aspro servizio di rivelargli che il suo male non è poi così misterioso come crede, e che non è forse nemmeno incurabile purché si arrivi un giorno all’abolizione delle classi e dello Stato; non si può negare, ripeto, che un tale film abbia, almeno in ciò, un merito. Non ne avrà altri.

In effetti, questo pubblico che vuole passare ovunque per intenditore e che giustifica in tutto ciò che ha subito, che accetta di veder diventare sempre più ripugnanti il pane che mangia e l’aria che respira, come le carni di cui si ciba e le case in cui abita, recalcitra di fronte al cambiamento solo quando si tratta del cinema cui è abituato; e apparentemente è la sola delle sue abitudini che sia stata rispettata. Forse sono stato io il solo a offenderlo da molto tempo su questo punto. Poiché tutto il resto, anche talvolta modernizzato al punto di ispirarsi ai dibattiti messi di moda dalla stampa, postula l’innocenza di un tale pubblico, e gli mostra, secondo la consuetudine fondamentale del cinema, ciò che succede lontano: diversi tipi di vedètte che hanno vissuto al suo posto, e che esso contemplerà dal buco della serratura di una familiarità canagliesca.

Il cinema di cui parlo qui è questa imitazione insensata di una vita insensata, una rappresentazione ingegnosa per non dire nulla, capace di ingannare per un’ora la noia con il riflesso della stessa noia; questa vile imitazione che è la vittima del presente e il falso testimone dell’avvenire; che, tramite molte finzioni e grandi spettacoli, non fa che consumarsi inutilmente accumulando immagini che il tempo porta via. Che rispetto da bambini per delle immagini! Si addice a questa plebe delle vanità, sempre entusiasta e sempre delusa, senza gusto perchè non ha avuto un’esperienza felice di nulla, e che non riconosce nulla delle sue esperienze infelici poiché è senza gusto e senza coraggio: al punto che nessuna sorta di impostura, generale o particolare, ha mai potuto scoraggiare la sua credulità interessata. E lo si crederebbe, dopotutto ciò che ciascuno ha potuto vedere, che esistano ancora, fra gli spettatori specializzati che fanno la lezione agli altri, dei tarati capaci di sostenere che una verità enunciata al cinema avrebbe qualcosa di dogmatico, se non è provata da immagini? Del resto la domesticità intellettuale di questo periodo definisce invidiosamente “discorso del maestro” ciò che descrive la sua servitù; quanto ai dogmi ridicoli dei suoi padroni, essa vi si identifica così pienamente da non conoscerli. Che cosa bisognerebbe provare con delle immagini? Niente è mai provato se non dal movimento reale che dissolve le condizioni esistenti, cioè l’organizzazione dei rapporti di produzione di un’epoca, e le forme di falsa coscienza che sono cresciute su questa base.

Non si è mai visto crollare un errore per mancanza di una buona immagine. Chi crede che i capitalisti siano ben armati per gestire sempre più razionalmente l’espansione del suo benessere e gli svariati piaceri del suo potere di acquisto, riconoscerà qui delle teste capaci di uomini di Stato; e chi crede che i burocrati stalinisti costituiscano il partito del proletariato vi vedrà delle belle teste di operai. Le immagini esistenti provano unicamente le menzogne esistenti.

Gli aneddoti rappresentati sono le pietre con cui era costruito tutto l’edificio del cinema.

Non vi si ritrovano altro che i vecchi personaggi del teatro, ma su un palcoscenico più spazioso e più mobile, o del romanzo, ma in abiti e ambienti più direttamente sensibili. E’ stata una società, e non una tecnica, ad aver fatto il cinema così. Sarebbe potuto essere esame storico, teoria, saggio, memorie. Sarebbe potuto essere il film che sto facendo in questo momento.

Ecco per esempio un film in cui dico soltanto delle verità su delle immagini che sono tutte insignificanti o false; un film che disprezza la polvere di immagini che lo compone. Non voglio conservare nulla del linguaggio di quest’arte superata, se non forse il controcampo del solo mondo che essa abbia guardato, e una carrellata sulle idee passeggere di un’epoca. Si, mi vanto di fare un film con qualsiasi cosa; e trovo divertente che se ne lamentino coloro che hanno lasciato fare qualsiasi cosa di tutta la loro vita.

Ho meritato l’odio universale della società del mio tempo, e sarei rimasto molto contrariato se avessi avuto altri meriti agli occhi di una simile società. Ma ho osservato che è ancora nel cinema che ho sollevato l’indignazione più perfetta e unanime. Si è addirittura spinto il disgusto fino a plagiarmi qui molto meno spesso che altrove, almeno finora. La mia stessa esistenza vi resta un’ipotesi generalmente confutata. Mi vedo dunque collocato al di sopra di tutte le leggi del genere. Quindi, come diceva Swift, “non è una piccola soddisfazione per me presentare un’opera assolutamente al di sopra di ogni critica.”

Per giustificare, per quanto poco, l’ignominia completa di ciò che quest’epoca avrà scritto o filmato, bisognerebbe un giorno poter sostenere che non ci sia stato letteralmente nient’altro, e quindi che nient’altro, non si sa perché, fosse possibile. Ebbene, basterò io solo ad annientare questa scusa imbarazzata con l’esempio. E dato che avrò avuto bisogno di dedicarvi solo pochissimo tempo e pochissima fatica, perchè mai rinunciare a una simile soddisfazione? Non è così naturale, come si vorrebbe credere oggi, attendersi da uno qualunque di coloro il cui mestiere è quello di avere la parola nelle condizioni presenti che possa apportare qui o lì delle novità rivoluzionarie. Una simile capacità appartiene evidentemente solo a colui che ha incontrato ovunque l’ostilità e la persecuzione; e non già i crediti dello Stato. E anche, più profondamente, qualunque sia la complicità generale per una congiura del silenzio a riguardo, si può affermare con certezza che nessuna reale contestazione può venire da individui che, esibendola, si sono innalzati socialmente un po’ più di quanto lo sarebbero stati astenendosene. Tale comportamento non fa che imitare l’esempio ben noto del fiorente personale sindacale e politico, sempre pronto a prolungare di un millennio la lagnanza del proletario, al solo scopo di conservargli un difensore.

Personalmente, se sono potuto essere così deplorevole nel cinema è perché sono stato assai più criminale altrove. Di primo acchito, ho trovato bello darmi al rovesciamento della società, e ho agito di conseguenza. Ho preso questa decisione in un momento in cui quasi tutti credevano che l’infamia esistente, nella sua versione borghese o nella sua versione burocratica, avesse il più bell’avvenire. E da allora, non ho, come gli altri, cambiato idea una o più volte, con il mutare dei tempi; sono stati piuttosto i tempi a mutare secondo le mie idee. C’è di che dispiacere ai contemporanei.

Così dunque, invece di aggiungere un film a migliaia di film qualunque, preferisco esporre qui perché non farò nulla del genere. Ciò equivale a sostituire le futili avventure narrate dal cinema con l’esame di un soggetto importante: me stesso.

Mi avevano talvolta rimproverato, ma a torto credo, di fare dei film difficili: per finire, ne farò uno. A chi si arrabbia perché non capisce tutte le allusioni, o anche si riconosce incapace di distinguere nettamente le mie intenzioni, risponderò soltanto che deve affliggersi per la propria incultura e la propria sterilità, e non per i miei modi; ha perso il proprio tempo all’università, dove si rivendono di nascosto piccole partite di conoscenze avariate. Considerando la storia della mia vita, vedo ben chiaramente di non poter fare quella che si chiama un’opera cinematografica. E credo di poterne convincere facilmente chiunque, sia con la sostanza, sia con la forma di questo discorso.

Devo innanzitutto respingere la più falsa delle leggende, secondo la quale sarei una sorta di teorico delle rivoluzioni. Oggi, gli ometti paiono credere che abbia preso le cose per la teoria, che sia un costruttore di teoria, sapiente architettura che aspetta solo di essere abitata dal momento che se ne conosce l’indirizzo, e di cui si potrebbero anche modificare un po’ una o due basi, di qui a dieci anni e spostando tre fogli di carta, per raggiungere la perfezione definitiva della teoria che opererebbe la loro salvezza.

Ma le teorie sono fatte solo per morire nella guerra del tempo: sono unità più o meno forti che bisogna impegnare al momento giusto nella lotta e, quali che siano i loro meriti o le loro insufficienze, si possono di certo impiegare soltanto quelle che sono lì in tempo utile. Come le teorie devono essere sostituite, poiché le loro vittorie decisive, più ancora delle loro disfatte parziali, ne producono l’usura, così nessuna epoca viva è mai partita da una teoria: era in primo luogo un gioco, un conflitto, un viaggio. Si può anche dire della rivoluzione ciò che Jomini ha detto della guerra; che essa “non è affatto una scienza positiva e dogmatica, ma un’arte sottoposta ad alcuni principi generali, e più ancora di questo, un dramma appassionato.” Quali sono le nostre passioni, e dove ci hanno condotto? Gli uomini, il più delle volte, sono così portati a obbedire a imperiose routine che, anche quando si propongono di rivoluzionare la vita da cima a fondo, di fare tabula rasa e di cambiare tutto, non per questo trovano anormale seguire la trafila degli studi che sono loro accessibili, e in seguito ricoprire qualche funzione, o dedicarsi a vari lavori remunerati che sono a livello della loro competenza, o anche un po’ al di là. Ecco perché coloro che ci espongono vari pensieri sulle rivoluzioni si astengono di solito dal farci sapere come hanno vissuto.

Ma io, che non ho mai assomigliato a tutti questi individui, potrò dire soltanto, a mia volta, “le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese” di un’epoca singolare.

Altri sono capaci di orientare e di misurare il corso del loro passato secondo il loro innalzamento in un carriera, l’acquisizione di svariati generi di beni, o talvolta l’accumulo di opere scientifiche o estetiche che rispondevano a una domanda sociale. Avendo ignorato ogni determinazione di tal sorta, io rivedo, nel passaggio di questo tempo disordinato, solamente gli elementi che lo hanno effettivamente costituito per me – oppure le parole e le figure che somigliano loro: sono giorni e notti, città ed esseri viventi e, in fondo a tutto ciò, una guerra incessante.

Ho trascorso il mio tempo in alcuni paesi d’Europa, ed è alla metà del secolo, quando avevo diciannove anni, che ho cominciato a condurre una vita pienamente indipendente; e subito mi sono trovato come a casa mia nella più malfamata delle compagnie.

Era a Parigi, una città che allora era così bella che molti hanno preferito vivervi da poveri piuttosto che trascorrere un’esistenza agiata da qualche altra parte.

Adesso che non ne rimane niente, chi potrebbe capirlo, tranne coloro che si ricordano di questa gloria? Chi altri potrebbe sapere le fatiche e i piaceri che abbiamo conosciuto in questi luoghi dove tutto è diventato così malvagio? “Qui era l’antica dimora del re di Wu. L’erba fiorisce in pace sulle sue rovine. – Là, il profondo palazzo degli Tsin, sontuoso un tempo e temuto. – Tutto questo è finito per sempre, tutto scorre insieme, gli eventi e gli uomini, – come i flutti incessanti dello Yangtze Kiang, che vanno a perdersi nel mare.”

Parigi allora, entro i limiti dei suoi venti arrondissement, non dormiva mai tutta, e consentiva alla dissolutezza di cambiare tre volte quartiere ogni notte. Non se ne erano ancora scacciati e dispersi gli abitanti. Vi restava un popolo, che aveva fatto le barricate dieci volte e messo in fuga dei re. Era un popolo che non si contentava di immagini. Non si sarebbe osato, quando ancora viveva nella sua città, fargli mangiare o fargli bere ciò che la chimica di sostituzione non aveva ancora osato inventare. In centro non vi erano case deserte, o rivendute a spettatori di cinema nati altrove, sotto altre travi a vista. La merce moderna non era ancora venuta a mostrarci tutto ciò che si può fare di una strada. Nessuno, a causa degli urbanisti, era obbligato ad andare a dormire lontano. Non si era ancora visto, per colpa del governo, il cielo oscurarsi e il bel tempo sparire, e la falsa nebbia dell’inquinamento avvolgere in permanenza la circolazione meccanica delle cose, in questa valle della desolazione. Gli alberi non erano morti soffocati; e le stelle non erano spente dal progresso dell’alienazione.

I mentitori erano, come sempre, al potere; ma lo sviluppo economico non aveva ancora dato loro i mezzi per mentire su ogni argomento, né per confermare le loro menzogne falsificando il contenuto effettivo di tutta la produzione. Ci si sarebbe meravigliati allora di trovare stampati o costruiti a Parigi tutti questi libri redatti in seguito in cemento e in amianto, e tutti questi edifici costruiti in piatti sofismi, quanto ci si meraviglierebbe oggi se si vedessero risorgere un Donatello o un Tucidide.

Musil, nell’ Uomo senza qualità, osserva che “esistono attività intellettuali in cui non sono i grossi libri, ma i piccoli trattati a fare la fierezza di un uomo. Se qualcuno, per esempio arrivasse a scoprire che le pietre, in certe circostanze rimaste fino a quel momento inosservate, sono in grado di parlare, gli basterebbero soltanto poche pagine per descrivere e spiegare un fenomeno così rivoluzionario.” Io mi limiterò dunque a poche parole per annunciare che Parigi non esiste più, checché ne dicano altri. La distruzione di Parigi non è che un’illustrazione esemplare della malattia mortale che colpisce in questo momento tutte le grandi città, e questa stessa malattia non è che uno dei numerosi sintomi della decadenza materiale di una società. Ma Parigi aveva più da perdere di qualsiasi altra città. E’ una grande fortuna essere stato giovane in questa città quando, per l’ultima volta, essa ha brillato di un fuoco così intenso.

Vi era allora, sulla riva sinistra del fiume – non si può scendere due volte nello stesso fiume, né toccare due volte una sostanza deperibile nello stesso stato – , un quartiere dove il negativo teneva la sua corte.

E’ banale osservare che, persino nei periodi agitati da grandi cambiamenti, gli spiriti più innovatori si disfanno difficilmente di molte concezioni precedenti divenute incoerenti, e ne conservano almeno alcune, poiché sarebbe impossibile respingere globalmente come false e senza valori affermazioni universalmente ammesse.

Bisogna però aggiungere, quando si conosce con la pratica questo genere di faccende, che simili difficoltà cessano di essere di impaccio non appena un gruppo umano comincia a fondare la propria esistenza reale sul rifiuto deliberato di ciò che viene universalmente ammesso; e sul disprezzo completo delle possibili conseguenze.

Coloro che si erano raccolti lì sembravano aver adottato come unico principio di azione, di entrata in gioco e pubblicamente, il segreto che il vecchio della montagna trasmise, dicono, soltanto in punto di morte, al più fedele dei suoi fanatici seguaci: “nulla è vero, tutto è permesso.” Per il presente, non attribuivano alcuna importanza a chi non era fra loro, e penso che avessero ragione; e per il passato, se qualcuno suscitava le loro simpatie, era Arthur Cravan, disertore di diciassette nazioni, o forse anche Lacenarie, bandito letterato.

In questo luogo, l’estremismo si era proclamato indipendente da ogni causa particolare, e si era superbamente affrancato da ogni progetto. Una società già vacillante, ma che lo ignorava ancora, poiché in qualsiasi altro luogo le vecchie regole venivano ancora rispettate, aveva lasciato per un attimo il campo libero a ciò che di solito è rimosso e che tuttavia è sempre esistito: l’intrattabile teppaglia; il sale della terra; individui sinceramente pronti ad appiccare il fuoco al mondo per farlo risplendere di più.

“Articolo 488. – la maggiore età è fissata a ventuno anni compiuti; a tale età si è capaci di tutti gli atti della vita civile.”

“Si deve creare una scienza delle situazioni, che prenderà a prestito degli elementi dalla psicologia, dalla statistica, dall’urbanismo e dalla morale. Tali elementi dovranno concorrere a un fine assolutamente nuovo: una creazione consapevole di situazioni.”

“Ma non si parla di Sade in questo film.”

“L’ordine regna e non governa.”

“Le Démon des armes. Se ne ricorda. Esatto. Nessuno ci bastava. Però… la grandine sui vessilli di vetro. Ci si ricorderà di questo pianeta.”

“Articolo 489. – il maggiorenne che sia in uno stato abituale di imbecillità, di demenza o di furore, deve essere interdetto, anche quando tale stato presenti intervalli di lucidità.”

“Dopo tutte le risposte inopportune, e la gioventù che invecchia, la notte ricade davvero dall’alto.”

“Viviamo come soldati mandati allo sbaraglio le nostre avventure incomplete.”

Un film che feci in quel momento, e che ovviamente suscitò la collera degli esteti più avanzati, era dall’inizio alla fine come ciò che precede; e quelle povere frasi venivano pronunciate su uno schermo completamente bianco, ma circondate da lunghissime sequenze nere, in cui non si diceva nulla. Certuni senza dubbio vorrebbero credere che l’esperienza abbia potuto arricchirmi di talento o buona volontà. Sarebbe dunque l’esperienza di un miglioramento di ciò che rifiutavo allora? Ma non fatemi ridere. Perché mai chi, da giovane, ha voluto essere così insopportabile nel cinema, dovrebbe rivelarsi più interessante da maturo? Tutto ciò che è stato così cattivo non può mai essere veramente migliore. Si ha un bel dire: “E’ invecchiato; è cambiato”; è pur sempre rimasto lo stesso.

[Lacenaire]

In questo luogo che fu per breve tempo la capitale dello scompiglio, se è vero che la popolazione scelta contava un certo numero di ladri, è occasionalmente di assassini, l’esistenza di tutti era caratterizzata principalmente da una prodigiosa inattività; e fra tanti crimini e delitti denunciati dalle sue autorità, fu proprio l’inattività a essere sentita come la minaccia più grave.

Era il labirinto migliore per trattenere i viaggiatori.

Coloro che vi si fermarono due giorni non ne ripartirono più, o perlomeno finché esistette; ma i più vi sono morti giovani prima di andarsene. Nessuno lasciava le poche strade e i pochi tavoli in cui era stato scoperto il punto culminante del tempo.

Tutti si ammiravano per aver sostenuto una sfida così magnificamente disastrosa; e in effetti credo proprio che nessuno di coloro che sono passati di li abbia mai acquisito la minima reputazione onesta nel mondo.

Ciascuno beveva quotidianamente un numero di bicchieri superiore alle menzogne dette da un sindacato nel corso di uno sciopero selvaggio. Bande di poliziotti, i cui spostamenti improvvisi erano guidati da un gran numero di informatori, non smettevano di sferrare incursioni con qualsiasi pretesto, ma il più delle volte nell’intento di sequestrare droghe, o di fermare le ragazze minorenni. Come non mi sarei potuto ricordare delle affascinanti canaglie e delle ragazze orgogliose con cui ho abitato tali bassifondi, quando, più tardi, ho sentito una canzone che viene cantata dai carcerati in Italia? – Tutto il tempo era passato come le nostre notti di allora, senza rinunciare a nulla. “Ci stan le ragazzine che te la danno, – prima la buona sera, e poi la mano… – In via Filangieri gh’è na campana;  – ‘gni volta che la suona l’è ‘na cundana… – La gioventù più bella morì in galera.”

Benché sprezzanti di tutte le illusioni ideologiche, e abbastanza indifferenti a ciò che sarebbe poi venuto a dar loro ragione, questi reprobi non avevano disdegnato di annunciare all’esterno ciò che sarebbe seguito. Dare il colpo di grazia all’arte, andare a dire in chiesa che Dio era morto, tentare di far saltare la torre Eiffel, tali furono i piccoli scandali cui si abbandonarono sporadicamente coloro la cui maniera di vivere fu in permanenza uno scandalo così grande. Si interrogavano anche sul fallimento di alcune rivoluzioni; si chiedevano se il proletariato esistesse davvero, e in tal caso che cosa fosse esattamente.

Quando parlo di questi individui, sembra forse che non sorrida; ma non lo si deve credere. Ho bevuto il loro vino. Sono loro fedele. E non credo di essere diventato in seguito, in qualunque cosa, migliore di quanto fossero loro stessi a quel tempo. Considerando le grandi forze dell’abitudine e della legge, che pesavano in continuazione su di noi per disperderci, nessuno era sicuro di essere ancora lì quando fosse finita la settimana; e lì c’era tutto ciò che avremmo mai amato. Il tempo bruciava più intensamente che altrove, e sarebbe mancato. Si sentiva tremare la terra.

Il suicidio se ne portava via molti. “Il bere e il demonio hanno spedito all’altro mondo gli altri”, come dice anche una canzone.

Nel mezzo del cammino della vera vita eravamo circondati da una cupa malinconia, espressa da tante parole beffarde e tristi, nel caffè della gioventù perduta. “Per parlare chiaramente e senza parabole, – siamo i pezzi di un gioco giocato dal cielo. – ci si diverte con noi sulla scacchiera dell’Essere, – e poi ritorniamo uno a uno nella scatola del Nulla.”

“Quante volte, nelle età future, questo dramma sublime che noi creiamo verrà rappresentato in lingue sconosciute, davanti a popoli che non esistono ancora!”

“Che cos’è la scrittura? La custode della storia…

Che cos’è l’uomo? Lo schiavo della morte, un viaggiatore che passa, l’ospite di un solo luogo… Che cos’è l’amicizia?

L’uguaglianza degli amici.”

“Bernard, che cosa pretendi nel mondo? Vi vedi qualcosa che ti soddisfi? … Lei fugge, lei fugge come un fantasma che, avendoci dato una sorta di appagamento mentre restava con noi, ci lascia, abbandonandoci, solo del turbamento…. Bernard, Bernard, diceva, questa verde giovinezza non durerà in eterno…”

Ma niente traduceva questo presente senza via d’uscita e senza riposo come l’antica frase che ritorna integralmente su se stessa, essendo costruita lettera per lettera come un labirinto da cui non si può uscire, di modo che essa accorda così perfettamente la forma e il contenuto della perdizione: In girum imus nocte et consumimur igni. Giriamo in tondo nella notte e siamo consumati dal fuoco.

“Una generazione passa, e un’altra le succede, ma la terra resta sempre. Il sole sorge e tramonta, e ritorna al luogo di partenza… Tutti i fiumi si gettano nel mare, e il mare non trabocca affatto. I fiumi ritornano allo stesso luogo da dove erano partiti, per scorrere ancora… Ogni cosa ha il suo tempo, e tutto passa sotto il sole, alla scadenza del termine prescritto… C’è un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per abbattere e un tempo per costruire… C’è un tempo per disgiungere e un tempo per ricongiungere, un tempo per tacere e un tempo per parlare… E’ meglio vedere ciò che si desidera che sperare ciò che si ignora: ma anche questo è vanità e presunzione di spirito… Che bisogno c’è che un uomo vada alla ricerca di ciò che è al di sopra di lui, quando ignora ciò che gli conviene nella vita durante i giorni in cui è straniero sulla terra, e durante il tempo che passa come un’ombra?”

“No, passeremo il fiume, e ci riposeremo all’ombra di quegl’alberi.”

E’ là che abbiamo acquisito la durezza che ci ha accompagnato in tutti giorni della nostra vita; e che ha permesso a parecchi di noi di essere in guerra con la terra intera, a cuor leggero. E quanto a me in particolare, suppongo che sia a partire dalle circostanze di quel momento che ho seguito con naturalezza il concatenarsi di tante violenze e di tante rotture, in cui tanti furono trattati così male; e tutti questi anni passati avendo sempre per così dire, il coltello in mano.

Forse saremmo potuti essere un po’ meno privi di pietà, se avessimo trovato qualche impresa già formata, che ci fosse sembrata meritevole dell’impiego delle nostre forze? Ma non c’era nulla di simile. La sola causa che abbiamo sostenuto, abbiamo dovuto definirla e condurla noi stessi. E al di sopra di noi non esisteva nulla che avessimo potuto considerare stimabile.

Per qualcuno che pensa e agisce così, è vero che non c’è alcun interesse ad ascoltare un istante di troppo coloro che trovano qualcosa di buono, o soltanto qualcosa da risparmiare, nelle condizioni esistenti; o coloro che smarriscono il cammino che era parso volessero seguire; e neppure, talvolta, coloro che non hanno capito abbastanza in fretta. Altri, in seguito si sono messi a preconizzare la rivoluzione della vita quotidiana, con le loro voci timide o le loro penne prostituite; ma piuttosto da lontano e con la tranquilla sicurezza dell’osservazione astronomica. Tuttavia, quando si è avuta l’occasione di prendere parte a un tentativo di questo genere, e se si è scampati alle brillanti catastrofi che lo circondano o lo seguono, non ci si trova in una posizione così facile. Il caldo e il freddo di tale epoca non vi abbandoneranno più. Bisogna scoprire come sarebbe possibile vivere dei domani che siano degni di un così bell’inizio. Questa prima esperienza dell’illegalità, la si vuole continuare sempre. Ecco come si è infiammata, poco a poco, una nuova epoca di incendi, di cui nessuno di coloro che vivono in questo momento vedrà la fine: l’obbedienza è morta. E’ stupendo constatare come i torbidi venuti da un luogo infimo ed effimero abbiano alla fin fine fatto vacillare l’ordine del mondo. (Non si farebbe vacillare mai niente con simili procedimenti se si avesse a che fare con una società armoniosa, e che fosse in grado di gestire la sua potenza, ma la nostra lo si sa adesso, era tutto il contrario.)

Quanto a me, non ho mai rimpianto nulla di ciò che ho fatto, e confesso che sono ancora del tutto incapace di immaginare che cosa avrei potuto fare di diverso, essendo ciò che sono.

La prima fase del conflitto, nonostante la sua asprezza, aveva assunto da parte nostra tutti i caratteri di una difensiva statica. Essendo soprattutto definita dalla sua localizzazione, un’esperienza spontanea non si era abbastanza compresa in se stessa, e aveva anche trascurato troppo le grandi possibilità di sovversione presenti nell’universo apparentemente ostile che la circondava. Mentre si vedeva la nostra difesa travolta, e già venir meno qualche coraggio, fummo in un certo numero a pensare che avremmo dovuto senza dubbio continuare ponendoci nella prospettiva dell’offensiva: insomma, invece di trincerarci nella commovente fortezza di un istante, muoverci, effettuare una sortita, poi combattere e darci da fare semplicemente per distruggere del tutto questo universo ostile, per ricostruirlo ulteriormente, se possibile, su altre basi. C’erano stati dei precedenti, ma erano ormai dimenticati. Dovevamo scoprire dove andasse il corso delle cose e smentirlo così completamente da costringerlo un giorno, all’inverso, a piegarsi ai nostri gusti. Clausewitz osserva scherzosamente: “Chiunque abbia del genio è tenuto a farne uso, ciò è del tutto conforme alla regola.” E Baltasar Graciàn: “Bisogna attraversare il vasto corso del tempo per arrivare al centro dell’occasione.”

Ma posso dimenticare colui che vedo dappertutto nel momento culminante delle nostre avventure; colui che, in quei giorni incerti, aprì una strada nuova e vi avanzò così in fretta, scegliendo coloro che sarebbero venuti; poiché nessun altro lo eguagliava in valore, quell’anno? Sembrava che solo guardando la città e la vita, le cambiasse. Scoprì in un anno soggetti di rivendicazione per un secolo; le profondità e i misteri dello spazio urbano furono la sua conquista.

I poteri attuali, con la loro povera informazione falsificata, che fuorvia loro quasi quanto stordisce i loro amministrati, non hanno ancora potuto misurare quanto sia costato loro il passaggio rapido di quest’uomo. Ma che importa? I naufragatori scrivono il loro nome solo sull’acqua.

La formula per rovesciare il mondo non l’abbiamo cercata nei libri, ma errando. Era una deriva a grandi tappe, in cui niente somigliava al giorno prima; e che non si arrestava mai. Incontri sorprendenti, ostacoli notevoli, tradimenti grandiosi, incantesimi pericolosi, non mancò nulla in questa ricerca di un altro Graal nefasto, che nessuno aveva voluto. E un triste giorno avvenne persino che il più bel giocatore del nostro gruppo si perdesse nelle foreste della follia. – Non c’è follia più grande dell’attuale organizzazione della vita.

Avevamo finalmente incontrato l’oggetto della nostra ricerca? Bisogna credere che l’avessimo almeno intravisto fuggevolmente; poiché è a ogni modo flagrante che a partire da quel momento ci siamo trovati in grado di capire la vita falsa alla luce della vera, e possessori di un ben strano potere di seduzione: poiché da allora nessuno ci ha avvicinato senza volerci seguire; e dunque avevamo messo il dito sul segreto di dividere ciò che era unito. Ciò che avevamo capito non siamo andati a dirlo in televisione. Non abbiamo aspirato ai sussidi della ricerca scientifica, né agli elogi degli intellettuali di giornali. Abbiamo gettato olio su fuoco. E’ così che ci siamo impegnati definitivamente nel partito del Diavolo, cioè del male storico che conduce alla distruzione le condizioni esistenti; nel “lato cattivo” che fa la storia rovinando ogni soddisfazione costituita.

Coloro che non hanno ancora cominciato a vivere, ma che si riservano per un’epoca migliore, e che hanno dunque una così gran paura di invecchiare, non aspettano niente meno che un paradiso permanente. L’uno lo colloca in una rivoluzione totale, e l’altro – talvolta è lo stesso – in uno stadio superiore della sua ascesa di salariato. Insomma, aspettano che sia divenuto loro accessibile ciò che hanno contemplato nell’iconografia rovesciata dello spettacolo: un’unità felice eternamente presente.  Ma coloro che hanno scelto di colpire con il tempo sanno che la loro arma è pure il loro padrone; e che non possono lamentarsene. Esso è anche il padrone di coloro che non hanno armi, e padrone più duro. Quando non ci si vuole schierare nella chiarezza fallace del mondo alla rovescia, si passa a ogni modo fra i suoi credenti, per una leggenda controversa, un invisibile e malevolo fantasma, un perverso principe delle tenebre. Bel titolo, dopotutto: il sistema dei lumi presenti non ne conferisce di così onorevoli.

Siamo dunque diventati gli emissari del Principe della Divisione, di “colui al quale gran torto è stato fatto”, e abbiamo cominciato a far disperare coloro che si consideravano come gli umani.

Durante tutti gli anni che seguirono, individui di venti paesi entrarono in questa oscura cospirazione dalle esigenze illimitate. Quanti viaggi frettolosi! Quante lunghe dispute! Quanti incontri clandestini in tutti i porti d’Europa! Così fu tracciato il programmo più adatto per colpire di suspicione completa l’insieme della vita sociale: classi e specializzazioni, lavoro e divertimento, merce e urbanismo, ideologia e Stato, abbiamo dimostrato che era tutto da buttare. E un simile programma non conteneva nessun’ altra promessa che quella di un’autonomia senza freni e senza regole. Oggi, tali prospettive sono entrate nei costumi, e ovunque si combatte in favore o contro di esse.

Ma allora sarebbero certamente parse chimeriche, se la condotta del capitalismo moderno non fosse stata ancora più chimerica.

Esistevano sì allora alcuni individui che erano d’accordo, con maggiori o minori conseguenze, sull’una o sull’altra di queste critiche, ma non c’era nessuno che le riconoscesse tutte; e tanto meno che le sapesse formulare e rendere visibili. Per cui nessun altro tentativo rivoluzionario di questo periodo ha esercitato la minima influenza sulla trasformazione del mondo. I nostri agitatori hanno fatto circolare dappertutto delle idee con le quali una società di classe non può vivere. Gli intellettuali al servizio del sistema, del resto ancora più visibilmente in declino di esso, cercano oggi di maneggiare questi veleni per trovare degli antidoti; e non ci riusciranno. In precedenza, avevano fatto i più grandi sforzi per ignorarli, ma altrettanto vanamente: tanto è grande la forza della parola detta a suo tempo.

Mentre il continente era percorso dai nostri intrighi sedizioni, che cominciavano anche a toccare gli altri, Parigi dove si poteva passare inosservati così bene, era ancora al centro di tutti i nostri viaggi, come il più frequentato dei nostri appuntamenti. Ma i suoi paesaggi si erano alterati e tutto finiva col degradarsi e disfarsi.

Eppure, il tramonto di questa città lasciava qua e la qualche chiarore, quando vi guardavamo passare gli ultimi giorni, ritrovandoci in uno scenario che sarebbe stato travolto, e occupati da bellezze che non ritorneranno.

Bisognerebbe lasciarla presto, questa città che fu per noi così libera, ma che sta per cadere completamente nelle mani dei nostri nemici. Vi si applica già senza rimedio la loro cieca legge, che rifà tutto a loro somiglianza, cioè sul modello di una sorta di cimitero: “Oh miseria! Oh dolore! Parigi trema.” Bisognerà lasciarla, ma non senza aver tentato una volta di impadronirsene a viva forza; bisognerà infine lasciarla, dopo tante altre cose, per seguire la strada determinata dalle necessità della nostra strana guerra, che ci ha condotto così lontano. Poiché la nostra intenzione era stata solo quella di far apparire all’atto pratico una linea di demarcazione fra coloro che vogliono ancora accettare ciò che esiste e coloro che non vogliono più.

Diverse epoche hanno avuto così il loro grande conflitto, che esse non hanno scelto, ma in cui bisognava scegliere il proprio campo. E’ l’impresa di una generazione, con cui si fondano o si disfano gli imperi e le loro culture. Si tratta di prendere Troia; oppure di difenderla. Si somigliano tutti per qualche aspetto gli istanti in cui stanno per separarsi coloro che combatteranno in campi avversi, e non si rivedranno più.

E’ un bel momento quello in cui si mette in movimento un assalto contro l’ordine del mondo.

Nel suo inizio quasi impercettibile, si sa già che è, molto presto, e qualunque cosa accada, nulla sarà più simile a ciò che è stato.

E’ una carica che parte lentamente, accelera la sua corsa, oltrepassa il punto dopo il quale non ci sarà più ritirata, e va irrevocabilmente a scontrarsi con ciò che sembrava inattaccabile; che era così solido e così difeso, ma però destinato anche a essere scosso e sconvolto. Ecco dunque ciò che abbiamo fatto, quando, usciti dalla notte, abbiamo, ancora una volta, dispiegato lo stendardo della “buona vecchia causa”, e siamo avanzati sotto il cannone del tempo.

Lungo tutto questo cammino, molti sono morti, o sono rimasti prigionieri del nemico, e sono stati disarcionati e feriti parecchi altri che non riappariranno mai più in tali incontri, e anche il coraggio è potuto mancare a certi elementi che ci sono lasciati scivolare indietro; tuttavia mai, oso dire, la nostra formazione ha deviato dalla sua linea, fino a sboccare nel cuore stesso della distruzione.

Non ho mai capito troppo bene i rimproveri, che mi sono stati spesso mossi, secondo i quali avrei perduto questa bella truppa in un assalto insensato, o per una sorta di compiacimento neroniano. Ammetto, certo, di essere colui che ha scelto il momento e la direzione dell’attacco, e dunque mi assumo senz’altro la responsabilità di tutto ciò che è successo. Ma come! Non si voleva combattere un nemico che, dal canto suo, agiva realmente? E non mi sono sempre tenuto qualche passo avanti alla prima fila? Gli individui che non agiscono mai vogliono credere si possa scegliere in tutta libertà l’eccellenza di coloro che verranno a figurare in una lotta, come pure il luogo e l’ora in cui sferrare un colpo imparabile e definitivo. Ma no: con ciò che si ha sotto mano, è secondo le poche posizioni effettivamente attaccabili, ci si getta sull’una o sull’altra non appena si scorge un momento favorevole; altrimenti, si sparisce senza aver fatto nulla. Lo stratega Sun Tse ha stabilito da molto tempo che “il vantaggio e il pericolo sono entrambi inerenti alla manovra”. E Clausewitz riconosce che “in guerra si è sempre nell’incertezza sulla situazione reciproca delle due parti. Ci si deve abituare ad agire sempre secondo verosimiglianze generali, ed è un’ illusione l’attesa di un momento in cui si sarebbe liberati da ogni ignoranza…” Contrariamente alle fantasticherie degli spettatori della storia, quando cercano di fare gli strateghi in maniera teorica, non è la più sublime delle teorie che potrebbe mai garantire l’avvenimento; tutt’altro, è l’avvenimento realizzato a essere il garante della teoria. Di modo che bisogna rischiare, e pagare in contanti per vedere il seguito.

Altri spettatori, che volano meno alto, non avendo visto, neppure da lontano, l’inizio di questo attacco, ma soltanto la sua fine, hanno pensato che fosse la stessa cosa; e hanno trovato che ci fosse qualche difetto nell’allineamento dei nostri ranghi, e che le uniformi in quel momento non apparissero più egualitariamente impeccabili. Credo che ciò sia un effetto del tiro che il nemico ha concentrato su di noi abbastanza a lungo. Verso la fine, non conviene più giudicare la tenuta, ma il risultato. A sentire coloro che sembrano rammaricarsi che la battaglia sia stata ingaggiata senza aspettarli, si potrebbe credere che il principale risultato sia il fatto che un’avanguardia sacrificata si sia fusa completamente nello scontro. Trovo che essa era fatta per questo.

Le avanguardie hanno solo un tempo; e la più gran fortuna che possa capitare loro è, nel vero significato della parola, di aver fatto il loro tempo. Dopo di esse, si ingaggiano operazioni su un teatro più vasto. Se ne son viste anche troppe, di queste truppe scelte che, dopo aver compiuto qualche impresa di valore, sono ancora lì a sfilare con le loro decorazioni, e poi si rivoltano contro la causa che avevano difeso. Non c’è nulla di simile da temere da quelle il cui attacco è stato sferrato fino al termine della dissoluzione.

Mi chiedo che cosa avessero sperato di meglio certuni. Il particolare si consuma combattendo. Un progetto storico non può certamente pretendere di conservare un’eterna giovinezza a riparo dai colpi. L’obiezione sentimentale è vana quanto i cavilli pseudo-strategici: “Tuttavia le tue ossa si consumeranno, sepolti nei campi di Ilio, per un’impresa incompiuta.”

Federico II di Prussia diceva su un campo di battaglia a un giovane ufficiale esitante: “Cane! Speravate dunque di vivere in eterno?” E Sarpedonte dice a Glauco nel dodicesimo canto dell’Iliade: “Amico, se noi, scampando a questa guerra, dovessimo essere per sempre immuni da vecchiaia e morte, resterei anch’io indietro… Ma mille morti sono incessantemente sospese sulle nostre teste; non ci è concesso di evitarle né di fuggirle. Marciamo dunque.”

Quando questo fumo si dissolve, molte cose appaiono mutate. Un’epoca è passata. Non si domandi adesso che cosa valessero le nostre armi: sono rimaste in gola al sistema delle menzogne dominanti. La sua aria di innocenza non tornerà più.

Dopo questa splendida dispersione, ho riconosciuto che dovevo mettermi al riparo da una celebrità troppo vistosa con un’improvvisa marcia segreta. E’ risaputo che questa società firma una sorta di pace con i suoi nemici più dichiarati, quando fa loro posto nel suo spettacolo.

Ma in questi tempi sono per l’appunto il solo che abbia un po’ di celebrità, clandestina e negativa, e che non siano riusciti a far comparire sulla scena della rinuncia.

Le difficoltà non si fermano qui. Troverei altrettanto volgare divenire un’autorità nella contestazione  della società che divenirlo nella società stessa; cosa di non poco conto.

Ho dunque dovuto rifiutare, in vari paesi, di mettermi alla testa di ogni sorta di tentativi sovversivi, gli uni più anti-gerarchici degli altri, ma di cui mi si offriva ugualmente il comando: come potrebbe il talento non comandare, in queste materie, quando ne ha una tale esperienza? Ma io volevo dimostrare che, dopo alcuni successi storici, si può benissimo restare poco ricchi di potere e di prestigio come lo si era prima (quando ne avevo personalmente all’origine mi è sempre bastato).

Mi sono rifiutato anche di polemizzare su mille dettagli con i numerosi interpreti e ricuperatori di quanto è già stato fatto. Non dovevo rilasciare patenti di non so quale ortodossia, né decidere categoricamente fra diverse ingenue ambizioni che crollano anche come se niente fosse. Ignoravano che il tempo non aspetta; che la buona volontà non basta; e che non c’è proprietà da acquisire, né da mantenere, su un passato che non è più correggibile. Il movimento profondo che condurrà le nostre lotte storiche fin dove possono andare rimane il solo giudice del passato, quando esso agisce nel suo tempo. Ho fatto in modo che nessuno  pseudo-seguito venisse a falsare il resoconto delle nostre operazioni. Colore che, un giorno, avranno fatto di meglio, esprimeranno liberamente i loro commenti, che a loro volta non passeranno inosservati.

Io mi sono dato i mezzi per intervenire da più lontano; sapendo anche che la maggior parte degli osservatori, come al solito, desideravano soprattutto che tacessi. Da molto tempo sono esercitato a condurre un’esistenza oscura e inafferrabile. Sono dunque riuscito a portare più avanti le mie esperienze strategiche così ben cominciate. E’ questo, a detta di un uomo che non era sprovvisto di capacità, uno studio in cui nessuno può mai diventare dottore. Il risultato di queste ricerche, ed ecco l’unica buona notizia della mia presente comunicazione, non lo confiderò sotto la forma cinematografica.

Ma, naturalmente, tutte le idee sono vuote quando non si può più incontrare la grandezza nell’esistenza di ogni giorno: così, l’opera completa dei pensatori di allevamento, che si commercializza in questo periodo di merce decomposta, non riesce a nascondere il gusto dell’alimento che li ha nutriti. Ho dunque abitato, in questi anni, un paese in cui ero poco conosciuto. La disposizione dello spazio di una delle migliori città mai esistite, e le persone, e l’impiego che abbiamo fatto del tempo, tutto ciò componeva un insieme che somigliava molto ai più felici disordini della mia giovinezza.

Non ho mai cercato da nessuna parte una società tranquilla; tanto meglio, poiché non è vista una. Sono molto calunniato in Italia, dove si compiacciono di farmi passare per un terrorista. Ma sono piuttosto indifferente alle accuse più diverse, poiché la mia sorte è stata quella di sollevarne ovunque al mio passaggio, e poiché ne conosco bene la ragione. Do importanza soltanto a ciò che mi ha sedotto in questo paese, e che non si sarebbe potuto trovare altrove. Rivedo colei che era là come una straniera nella sua città (“Ciascuna è cittadina – d’una vera città; ma tu vuo’ dire – che vivesse in Italia peregrina.”) Rivedo “le rive dell’Arno piene di addii”.

E anch’io, dopo tanti altri, sono stato bandito da Firenze.

A ogni modo, si attraversa un’epoca come si passa la punta della Dogana, cioè piuttosto in fretta.

Anzitutto, non la si guarda mentre viene. E poi la si scopre arrivando alla sua altezza, e si deve convenire che è stata costruita così, e non altrimenti. Ma già doppiamo questo capo, e ce lo lasciamo dietro, avanzando in acque sconosciute.

“Quando eravamo giovani, per un po’ abbiamo frequentato un maestro, – per un po’ fummo felici dei nostri progressi. – Guarda il fondo di tutto ciò: che cosa ci successe? – eravamo venuti come l’acqua, siamo partiti come il vento.”

In una ventina d’anni, si ha il tempo di abitare davvero solamente un piccolo numero di case. Queste sono sempre state povere, lo sottolineo, ma ugualmente ben situate. Ciò che meritava di esserlo, vi è sempre stato accolto; e il resto respinto. La libertà non aveva allora molte altre dimore.

“Dove sono i bei libertini – che seguivano il tempo che fu?” Alcuni sono morti; un altro ha vissuto ancora più in fretta, finendo dietro le sbarre della demenza.

“Tristi creature allo sbaraglio, erriamo nella notte. Dove sono i fiori del giorno, i piaceri dell’amore, le luci della vita? Tristi creature allo sbaraglio, erriamo nella notte. Il diavolo ci porta subdolamente con sé. Il diavolo ci porta lontano dalle nostre belle amiche. La nostra giovinezza è morta, e i nostri amori anche.”

La sensazione dello scorrere del tempo è sempre stata per me molto viva, e sono stato attratto da essa, come altri sono attratti dal vuoto o dall’acqua. In questo senso, ho amato la mia epoca, che avrà visto perdersi ogni sicurezza esistente e passare quanto era socialmente ordinato. Ecco dei piaceri che la pratica della più grande arte non mi avrebbe dato.

Quanto a ciò che abbiamo fatto, come si potrebbe valutarne il risultato attuale? Attraversiamo ora questo paesaggio devastato dalla guerra che una società combatte contro se stessa, contro le proprie possibilità. L’imbruttimento di tutto era senza dubbio il prezzo inevitabile del conflitto. E’ perchè il nemico ha spinto così lontano i suoi errori, che noi abbiamo cominciato a vincere.

La causa più vera della guerra, di cui sono state date tante spiegazioni fallaci, è che doveva per forza scoppiare come uno scontro sul cambiamento; non le restava più nulla dei caratteri di una lotta fra la conservazione e il cambiamento. Eravamo noi stessi, più di chiunque altro, gli uomini del cambiamento, in un tempo mutevole. I proprietari della società erano obbligati, per mantenersi, a volere un cambiamento che era l’inverso del nostro. Volevamo ricostruire tutto, e anche loro, ma in direzioni diametralmente opposte. Ciò che hanno fatto mostra a sufficienza, in negativo, il nostro progetto. I loro immensi lavori li hanno dunque condotti unicamente a questo, a questa corruzione. L’odio della dialettica ha condotto i loro passi fino a questo letamaio.

Dovevamo far sparire, e avevamo per questo buone armi, ogni illusione di dialogo fra queste prospettive antagoniste; e poi i fatti avrebbero formulato il loro verdetto. E lo hanno fatto.

E’ diventata ingovernabile, questa “terra guasta” in cui le nuove sofferenze si travestono da vecchi piaceri; e in cui gli individui hanno così paura. Girano in tondo nella notte e sono consumati dal fuoco. Si svegliano sgomenti, e cercano brancolando la vita. Corre voce che coloro che l’espropriavano l’abbiano, per colmo, smarrita.

Ecco dunque una civiltà che brucia, si rovescia e affonda tutta intera. Ah! Che bel siluramento! E che ne è stato di me in mezzo a questo disastroso naufragio, che trovo necessario; al quale si può anche dire che abbia contribuito, poiché è sicuramente vero che non mi sono dedicato ad altro? Ciò che un poeta dell’epoca T’ang ha scritto in Separandosi da un viaggiatore, potrei applicarlo a quest’ora della mia storia?

“Smontai da cavallo; gli offri il vino dell’addio, – e gli chiesi quale fosse lo scopo del suo viaggio. – mi rispose: non ho avuto successo negli affari del mondo; – me ne torno ai monti Nan-Shan per cercarvi il riposo.”

Ma no, vedo molto distintamente che non c’è riposo per me; e in primo luogo perché nessuno mi fa la grazia di pensare che non ho avuto successo negli affari del mondo. Ma, per fortuna, nessuno potrà dire nemmeno che abbia avuto successo. Bisogna dunque ammettere che non c’era successo o fallimento per Guy Debord, e le sue pretese smisurate.

Era già l’alba della faticosa giornata che vediamo finire, quando il giovane Marx scriveva a Ruge: “Non mi direte che stimo troppo il tempo presente; e se però non ne dispero, è solo a causa della sua situazione disperata, che mi riempie di speranza.”

Il salpare di un’epoca per la fredda storia non ha placato nulla, devo dire, delle passioni di cui ho fornito esempi così belli e tristi.

Come mostrano ancora queste ultime riflessioni sulla violenza, non ci saranno per me né ritorno, né riconciliazione.

La saggezza non verrà mai.

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