ZAUM

Anticipato tra morsi e rimandi all’interno del Fipa,  riproponiamo qui due puntate integrali della serie Zaum della trasmissione Fuori Orario, Rai Tre. Omaggio piratesco alle notti di passione.

ZAUM #1: L’O di G8/Genova 2001
Daniel Franchina e Donatello Fumarola
(2012 58min)

Dedicata allo ‘scontro fisico’ a partire dal G8, si apre col capolavoro del cineasta armeno Artavadz Pelesjan, NACHALO/L’INIZIO, del 1967. Nove minuti, a partire dal cinquantenario della rivoluzione d’ottobre, che sconvolgono il cinema e le incertezze rassicuranti del montaggio, verso qualcosa che è ancora da farsi e da sentirsi. Risulterà ancor più chiaro che lo scontro fisico a genova si mostrò proprio nell’atto di svanire quasi, sempre troppo veloce frenetico accelerato o rallentato, raramente a una velocità ‘giusta’. I mille e mille occhi incontrollabili delle tele camerine individuali formano già e troppo tardi una ‘comunità improbabile’, che filma e controlla se stessa sul limite del riguardarsi e riinquadrarsi.

ZAUM #5 APPARIRE/SPARIRE, ESSERE/RIESSERE: IL TRUCCO DELL’ANIMA E I FUOCHI D’ARTIFICIO DELL’IMMORTALITA’
Lorenzo Esposito
(2012 62′ circa)

La penultima puntata di ZAUM è forse la più intensamente e intimamente e sotterraneamente catastrofica, in quanto certamente si allontana dalla catastrofe, già avvenuta da tempo ‘immemorabile’, e infatti molto difficile da reperire ‘in memoria’. Un’ora di programma dedicata all’apparire/sparire, all’essere/riessere, al trucco dell’anima e ai fuochi d’artificio dell’immortalità. Ossimori e paradossi, tra makeup imbalsamazionj neoclon clonazismo e liberismo del corpo, riavvolgimenti e avvolgimenti continui delle losthighway e dei mulhollandrive, veicoli di puro palindromo mentale, la deriva del soggetto e del sesso infallacanianamente dissolventisi, e lo spazio che ridicolizza il tempo con la tela di ragno langhiana che si rimargina in nuova e istantanea verginità protettiva.Dell’amore poi non si conosce altra pienezza che quella della catastrofe. Una ragazzina della tele-generazione di Friends piange su Armageddon (film capitale di spazio di catastrofe cosmica di parata di under eroi) spiata da un occhio che non è nostro solo perché sembra troppo nostro.

ZAUM #6 CATASTROFETTE DEL CAPITALE
Donatello Fumarola, Lorenzo Esposito e Enrico Ghezzi
(2012, 65 min)

Il titolo, più che frivolo, è doppio, infine doppio del doppio, visto che la catastrofe stessa è in questo caso l’oggetto dell’operazione reperita e additata da Marx nel cinismo automatico della ripetizione farsesca degli eventi anche più seri.  La catastrofe è attesa farsesca di ripetizione, prevenduta anch’essa nel mondo quotato in borsa o nelle scommesse,  e la ‘castrofetta’ cui si indirizzano paura e desiderio non è un punto numinoso e terribile, ma appunto un’ arietta quasi metastasiana, seguendo la  quale ci allontaniamo dall’idea e dall’evento della prima volta, che però trova conficcati e dispersi in essa i frammenti del proprio eremitaggio in quanto di per sé rivoltata, rinegativizzata, rovesciata in opposto della serietà improbabile della stessa prima volta, secondo lo schema del bimillenarismo kubrickiano che non a caso (con la morte di HAL 9000)esce dalla dialettica possibile in direzione di salti affidati direttamente all’alea della differenza/ripetizione  e della selezione random con cui file e ranghi e generazioni, folle speranzose o burocratiche speranze senza follia, guerrieri filmici e concorrenti del Grande Fratello, colate di lava e armate o foreste o onde pietrificate si profondono in profusione e sacrificio seriali.
Riscavando la forma film misteriosamente resistente, non per cinefilia generosa o sparsa, né per secchezza teorica, ma proprio per la rarità sempre più ‘offerta’ con aura regale che fiancheggia il prevendersi del cinema e dei film e dei suoi budget, ZAUM si è trovato automaticamente (e forse con un’eco insoddisfatta della parola/concetto greca‘thauma’, miracolo, meraviglia, che poteva non risultare estranea al futurismo dei russi Chlebnikov e  Krucenich che vollero con lo zaum svellere liberare e catapultare il presente fuori da sé, astrali non meno di jerrylewis), mediante i film (di Mindadze Farocki KimKiDuk) che ha disseminato regolarmente fino a trasmetterli quasi per intero, ma anche con frammenti di due o tre secondi e a volte quasi subliminali di decine e decine di autori e automi, a lottare col presente del giocolavoro che neanche si chiamerebbe ‘montaggio’ e che anzi, rinviando e rilanciando il rinvio stesso del montaggio (e quasi la sua abolizione) in un lavoro che comunque non si arresta se non ai margini della messa in onda, rimostra contro la supposta immutabilità del repertorio e del ‘già fatto’ che si rivela  invece il campo della libertà più indecidibile, dell’apertura in cui quasi ci si dissolve e ci si dimostra (senza ideologie dell’umano)  cavi e densi e trapassati trapassati e di i automi come. immagina.
Lo si disse del resto in partenza, che non si trattava di sapere dove andare a parare in parata. Né di tremare a sentir tremare (stanotte, mentre cominciavo a stendere queste note che nascondono quasi tutto) le torri e gli antri di newyork dieci anni dopo l’undici settembre che prestò l’oscurità al nostro creder di vedere in pieno giorno.

Né vogliamo costruire un muro di o per le immagini, il muro che piuttosto già ‘siamo’. “La ‘ coincidentia oppositorum’, che Cusano nel De Visione Dei chiama ‘il muro del paradiso oltre il quale abita Dio, non prende forma su questo lato dello schermo”.  (Kracauer)
(Enrico Ghezzi)

 

Scheda del programma:

Per sei giovedì consecutivi va in onda ZAUM, programma in sei parti di circa 55 minuti ciascuna.

‘Resto’ di un programma quotidiano che avrebbe dovuto seguire BLOB essendone il rovescio speculare (repertorio raro e intenso da più di duemila anni di immagini scagliato e proiettato in carezza costante sulle tematiche e le ossessioni del presente fino a provocarne più l’evaporazione che la fissione, mentre Blob opera da sempre un’archeosintesi immediata del quotidiano in una specie di fusione fredda dell’immenso archivio istantaneo che dalla tv in poi si compila e dis-ordina).
Tema di fondo è la Catastrofe, immane e assoluta, o acquisita, già data, sorseggiata, interiorizzata da un decennio che si apre con gli scontri del G8 di Genova intorno al nulla della zonarossa e con l’attacco in piena luce all’oscurità della caverna Capitale/Immagine, nel mattino dell’11 settembre con le Twin Towers trasformate in fiaccole sinistre prima di crollare.

Tenendo conto che la catastrofe più forte è già avvenuta (naturale e innaturale come tutte le catastrofi) nell’epifania postuma che è sempre l’immagine, Enrico Ghezzi con la redazione di FUORI ORARIO si è arrovellato sui materiali dell’anarchivio di Cose (mai) Viste, e altri trovandone e procurandosi (troverete più avanti la lista di inediti e prime visioni tv), in un montaggio disteso che infatti non è un montaggio, ma piuttosto un ‘tramontaggio’, un passare gioioso da una terribilità a un godimento nel tramonto del costruirsi, verso una passione quasi estatica delle immagini, dove il passare da un soggetto o da un ‘film’ preciso all’altro è reminiscenza di un senso e di una memoria nascosti, all’opposto dell’asserzione ideologica affermata quasi sempre mediante la drammaturgia autoritaria  del montaggio.

Tutto è repertorio, rush, filmato girato e spesso mai utilizzato, e qui riaffiorano le rushes di Welles per il  Don Chisciotte suo maledetto e per Mister Arkadin (Rapporto Confidenziale), di  Paradjanov per Sayat Nova, di Fellini per La Voce della Luna, oltre a quelle di Clouzot per L’Enfer con Bardot e Schneider),e anche questa prima parte, nella monografia sul G8, si appoggia molto sui ‘girati’ di decine di ore ininterrotte filmati per Blob e per Fuoriorario.

Più della metà di ogni puntata si imperna su un tema monografico, e il resto è costituito per passaggi e striature di altre immagini dagli altri cinque temi principali. I temi quindi, ancor più che intersecarsi, si accavallano e concorrono, fili paralleli e sovrapposti di memorie che si favoriscono o ostacolano l’un l’altra, in direzione della terra impossibile (e comunque sempre più catastrofica e catastrofizzata) che è il presente.

E il titolo? ZAUM.
Ah si, è il sogno dei febbrili futuristi russi estremi, Krucenich, e il geniale Velimir Chlebnikov, parola  transmentale che non vuol dir nulla appunto perché oltre la mente.
Il tentativo artistico più spinto e perdente del secolo (gli si affiancarono –schiacciandolo- le  più terribili ‘opere d’arte totali’ del novecento, il regime stalinista e quello nazista), fingere un altro spazio e forma di vita, pensando e immaginando così intensamente da esserlo e diventarlo loro.

ANDARE A PARARE
Se ne vedono parecchie di parate, in ZAUM, a partire proprio da quella gigantesca del cinquantenario (1967) della rivoluzione d’ottobre sulla Piazza Rossa a Mosca. Tutto il mondo e tutti noi del resto siamo sempre in parata, le immagini tutte e le immagini che noi siamo, narcisi in libera uscita o in visita guidata allo stagno. Frequenze intensissime iperdimensionali, o fantomatiche sgranate quasi dissolte, quali ci apparvero e ci appaiono ancora quelle sfilate risibilmente potenti e il piccolo grande passo lunare dell’uomo/umanità.  Fino alla maschera ultima particolare del pararsi, essere icone nulliste del grande fratello, che proseguono in streaming  il giocolavoro impercettibile iniziato dai fratelli Lumière e dai lavoranti della loro fabbrica, tante volte filmati in uscita tra il 1984 e 1985. Che forse ci raggiunsero da subito, o che non raggiungeremo mai.

OSPITI e COSE DETTE
ZAUM non ha ospiti né conduttori né studio. A stento trasparenze di volti, nuche, corpi.
VOCI.   Franco Battiato sceglie dice regala alcune parole e massime sapienziali.
GUY DEBORD declina le sue impassibilità appassionanti nelle nuovecchie Registrazioni Magnetiche
Alcune scritte e molte voci  OFF, voci fuoricampo fuoricorpo fuoritutto da un film noir mai girato (da egh a  carmelo bene).

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